La denuncia arriva dalle più importanti organizzazioni egiziane per i diritti umani. Il preoccupante quadro che si prospettava già nel 2019, quando la nuova normativa che regolamenta il lavoro delle organizzazioni non governative è stata approvata, si sta realizzando nella pratica con l'applicazione dei nuovi regolamenti. La legge n.149 del 2019 sul Terzo settore ha infatti introdotto un ulteriore irrigidimento dei parametri entro i quali alle organizzazioni non governative è consentito operare, una scelta politica che conferma e rispecchia "l'approccio eliminazionista dell'establishment costituito dai servizi di sicurezza e dagli apparati governativi ad essi collegati", come affermano le organizzazioni della società civile in una dichiarazione congiunta del 25 febbraio 2021.

L'attuazione dei regolamenti che scaturiscono dalla l.149/2019, a partire dal gennaio 2021, sta ulteriormente minando le basi per il lavoro delle organizzazioni civili sia di carattere umanitario e assistenziale, sia di carattere politico orientato all'advocacy e alla ricerca. In particolare, la definizione restrittiva di responsabile sociale e le rigide linee guida sui finanziamenti, i contributi e le donazioni introdotte con la l.149/2019 e riprodotte nei regolamenti stanno rendendo estremamente difficile per le organizzazioni del Terzo settore lo svolgimento quotidiano delle proprie attività e la ricerca di una copertura finanziaria per le stesse (inclusa la retribuzione delle e dei dipendenti).

Di recente, il Cairo Institute for Human Rights, uno fra i più importanti istituti di ricerca e advocacy sui diritti umani in Egitto, ha redatto un commentario alle disposizioni presentate dalla l.149/2019, individuando 9 elementi di particolare criticità:

1. L'ingiunzione rivolta a tutti gli enti del Terzo settore a regolarizzare il proprio status giuridico secondo l'adattamento introdotto dalla nuova disciplina del settore entro 1 anno di tempo;

2. La definizione di attività ed obiettivi degli enti del Terzo settore in contrasto con le disposizioni contenute nell'art.75 della Costituzione;

3. Impedimenti alla libertà di associazione attraverso l'irrigidimento delle linee guida sulla raccolta fondi, che inaspriscono ulteriormente la normativa già restrittiva introdotta dalla precedente l.84/2002;

4. Il congelamento dei conti bancari e la confisca di beni mobili e immobili alle organizzazioni non governative (ONG) locali non regolarmente registrate;

5. La registrazione delle ONG straniere soggetta all'approvazione preventiva del Ministero degli Interni, procedimento che avviene secondo criteri non definiti dalla legge e i cui tempi burocratici possono richiedere anni di tempo;

6. Restrizioni ulteriori alla libertà di associazione;

7. Sanzioni amministrative, fra cui la possibilità per i membri del Governo di disporre la sospensione fino a 1 anno di tutte le attività di una data organizzazione o associazione

8. La vaghezza e opacità delle linee guida sul funzionamento della Central Unit for Civic Associations and Work, l'agenzia governativa responsabile in buona parte dei rapporti fra il Governo e il Terzo settore;

9. L'introduzione di sanzioni amministrative e pecuniarie volte a impedire la ricezione di finanziamenti e donazioni dall'estero, o l'esercizio di attività da parte di un ente del Terzo settore in mancanza delle licenze appositamente rilasciate dietro approvazione del Ministero degli Interni.

Il quadro normativo introdotto dalla l.149/2019 si inserisce in una tendenza politica di più lunga data, orientata alla progressiva criminalizzazione del Terzo settore. Se si esaminano le riforme del Terzo settore varate negli ultimi sei anni, risulta decisamente evidente una linea politica di crescente marginalizzazione e intimidazione della società civile.

Nel corso degli anni, ad essere prese di mira sono state le stesse persone attive all'interno delle organizzazioni della società civile.

A numerosi/i dirigenti, dipendenti e attiviste/i delle organizzazioni per i diritti umani sono stati negati i visti per l'espatrio, congelati i conti correnti privati, e sempre più spesso hanno subito arresti e detenzioni arbitrarie, o sono state/i sottoposte/i a procedimenti giudiziari basati su accuse vaghe, ma sufficientemente gravi da giustificarne la custodia preventiva (fra le più tristemente note, c'è l'accusa di "affiliazione ad un'organizzazione terroristica").

Tra coloro che sono stati sottoposti a sparizioni forzate, torture e trattamenti crudeli, inumani e degradanti, ricordiamo l'avvocato Mohamed al-Baqer, fondatore dell'Adalah Center for Rights and Freedoms, il ricercatore dell'Egyptian Commission on Rights and Freedoms Ibrahim Ezz el-Din, il co-fondatore dell'Associazione per le famiglie degli scomparsi forzati Ibrahim Metwally, il ricercatore e studente Patrick Zaky, e il direttore dell'Egyptian Coordination for Rights and Freedoms Ezzat Ghoneim. Alcuni di loro sono stati inseriti dai servizi di intelligence nella lista dei membri delle organizzazioni terroristiche; alcuni, come il direttore del Cairo Institute for Human Rights (CIHRS) Bahey eldin Hassan, sono stati processati e condannati in contumacia (la sentenza emessa nel caso di Hassan risulta particolarmente grave, poiché condanna l'imputato a 15 anni di detenzione senza che questi abbia potuto esercitare il proprio diritto a difendersi in sede processuale).

FONTI CITATE

https://cihrs.org/egypt-legal-commentary-on.../...

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